domenica 26 giugno 2011

La "via" italiana all'integrazione: un rapporto su cosa non va. Progetto di Ricerca Tre Elle, Caritas e Fondazione Agnelli

MILANO -  Siamo tra i primi Paesi al mondo ad aver abbandonato le scuole speciali e attuato l’inserimento degli alunni con disabilità in classi comuni. Ma si tratta di una reale integrazione? La«via» italiana all’inclusione scolastica ha davvero funzionato? A individuare luci e ombre del modello scolastico introdotto in Italia più di 30 anni fa è il rapporto “Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte”, realizzato da Associazione TreeLLLe, Caritas Italiana e Fondazione Giovanni Agnelli. 
FOTOGRAFIA AGGIORNATA - «Nell’ultimo decennio gli alunni con disabilità nella scuola italiana sono aumentati di circa il 45% – riferisce Andrea Gavasco, direttore della Fondazione Agnelli - . La domanda di sostegno è in forte crescita: dai circa 140 mila alunni dell’anno scolastico 2001-02 si è passati ai 200 mila del 2009-10. Il numero di insegnanti di sostegno è cresciuto fino al 2006, poi si è stabilizzato: oggi sono circa 95 mila. In media sono due gli alunni disabili per ogni docente di sostegno». Ma cosa segnalano i dati? «Il modello di integrazione si basa su buoni principi ma è poco intelligente – afferma Gavasco - . Per esempio, esiste un meccanismo rigido: al certificato di disabilità, rilasciato dalla Asl, corrisponde un determinato numero di ore di sostegno. Questo, però, non permette di differenziare le risposte in base alle esigenze dei ragazzi».  
DIFFICOLTA’ DELLE FAMIGLIE - Tra l’altro, le famiglie devono spesso districarsi da sole tra i meandri della burocrazia per ottenere i certificati. In molti casi non sono coinvolte nel progetto educativo dei propri bambini. E, soprattutto le famiglie straniere con figli disabili, vivono un forte senso di isolamento. Per molti genitori, poi, il numero di insegnanti di sostegno rimane l'unico parametro di qualità e così lamentano l'insufficienza di ore di sostegno e il forte turn-over del personale. 
TROPPA MOBILITA’ - È proprio quest’ultimo uno dei nodi cruciali segnalato dal rapporto: quasi un alunno su due cambia l’insegnante di sostegno una o più volte durante lo stesso anno scolastico, con conseguenze negative per la continuità didattica, la relazione di fiducia che si crea tra docente e allievo e la stessa efficacia del processo d’integrazione. Poco valorizzati e motivati, gli insegnanti spesso vedono il posto di sostegno come uno dei canali privilegiati per entrare più rapidamente in ruolo. E questo determina una cronica assenza di personale specializzato. «È uno spreco di risorse perché gli insegnanti vengono formati ad affrontare bisogni speciali, ma le competenze poi vanno perdute», commenta Gavasco. Non sempre, peraltro, i docenti hanno una formazione specifica. Secondo il rapporto, una scuola del primo ciclo su tre non ha nessun insegnante con la specializzazione per il sostegno. Il più delle volte, poi, gli insegnanti curricolari sono privi di formazione pedagogica speciale.
PROPOSTE - Per superare nodi critici che rischiano di pregiudicare di fatto la qualità dell’integrazione scolastica, i promotori del rapporto lanciano una proposta di riforma del modello italiano. Innanzitutto occorre «abbandonare le rigide procedure che riducono l'integrazione a una meccanicistica attribuzione di insegnante o ore di sostegno - dice  Attilio Oliva, presidente di Treellle - . La qualità dell’integrazione, poi, si fa con la didattica individualizzata quotidiana da parte di tutti gli insegnanti, non con la delega al collega del sostegno. Inoltre, gli insegnanti di sostegno andrebbero assegnati sulla base dei bisogni delle scuole e il loro passaggio all’organico normale dovrebbe essere graduale».  
CENTRI RISORSE PER L’INTEGRAZIONE - La proposta prevede l’introduzione a livello provinciale di nuovi Centri risorse per l'integrazione (Cri) che dispongano di insegnanti e personale ad alta specializzazione e, di concerto con le scuole, definiscano e coordinino le risorse finanziarie, professionali e tecnologiche per l’integrazione, svolgendo anche formazione e consulenza alle scuole, come pure una funzione di “sportello unico” per le famiglie. Nelle intenzioni dei promotori la struttura dovrebbe «facilitare quella collaborazione fra scuola, famiglia, servizi sociali e sanitari, volontariato e comunità locale che oggi è carente e spesso impedisce la realizzazione di un autentico progetto di vita per l’alunno, che inizia dalla scuola ma guarda alla vita adulta».
tratto da: corriere.it 

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