venerdì 30 dicembre 2011

Vicenza, Seminario gratuito sul Metodo Feuerstein




La diversità, l'handicap sono tematiche abbastanza scottanti, di difficile approccio, ma se analizzate profondamente, danno da sole la possibilità di affrontarle nella maniera adeguata.
Il compito non è facile, non può essere lasciato nelle mani esclusive della scuola, ma è necessario invece l'intervento sinergico di più forze (scuola, extrascuola, famiglia, mass media, associazioni) che soltanto in questo modo potranno garantire il processo di cambiamento, operando all'unisono, attraverso diverse azioni di intervento tra cui la formazione e l'informazione.
Purtroppo capita spesso di vedere nell'alunno diversamente abile un "incidente" da evitare, un incidente di cui se ne deve occupare esclusivamente l'insegnante di sostegno.
Questo succede perché è presente nella scuola una concezione centrata sull'insegnamento dove il vero protagonista è il docente e non l'alunno.
Non ci si rende conto ancora che l'eterogeneità rappresenta la normalità all'interno di un contesto classe e che le difficoltà di un allievo diversamente abile non costituiscono un incidente da chiudere al più presto possibile, ma una risorsa da cui partire per creare un processo formativo di qualità, dove tutti diversamente abili e non hanno l'opportunità di "imparare ad imparare".
Di fatto non è e non può ritenersi sufficiente attuare l'inserimento dei ragazzi diversamente abili nella scuola affinché si crei integrazione.
Quest'ultima è un processo che deve essere costruito caso per caso, situazione per situazione, e non dev'essere finalizzata al rapporto alunno diversamente abile - insegnante di sostegno.
Perché si sviluppi nella scuola la capacità di essere inclusiva per tutti, una scuola capace di offrire risposte ai bisogni specifici di ognuno tenendo conto che ognuno è e rappresenta una "speciale normalità" occorre lavorare attraverso la Pedagogia della Mediazione. Occorre riconoscere che dobbiamo "non accettarli cosi come sono" come sostiene il Prof. Reuven Feuerstein e aiutarli a cambiare, cambiando prima di tutto l'ambiente dove vivono.
Nel riconoscere ad ogni alunno la sua "speciale normalità" si richiede di creare i più diversificati bisogni educativi perché la vera integrazione è il risultato di un'esperienza scolastica, didattica e di vita, finalizzata a promuovere ogni alunno, diversamente abile e non.

Il 21 gennaio 2012 la nostra associazione organizzerà a sue spese un convegno : “Vecchi e nuovi saperi strategici sui processi di pensiero e di apprendimento. Introduzione al pensiero di Reuven Feuerstein a alla teoria della modificabilità cognitiva strumentale” con partecipazione gratuita,
Con il pratrocinio del comune di Vicenza e dell'ufficio scolastico provinciale


Certi di farvi cosa gradita vi alleghiamo locandina e manifesto e attendiamo le vostre iscrizioni via mail a rubinstein-taybi@hotmail.it
Approfittiamo per augurarvi un sereno Natale e un buon 2012
                                                          Rts Una Vita Speciale
                                                          il presidente Cristina Gasparet

mercoledì 21 dicembre 2011

Troppe diagnosi di dislessia: la replica del Prof.re Giacomo Stella

Da quando i dislessici hanno una legge che li tutela avevo deciso di non reagire più alle sciocchezze che ogni tanto vengono dette o scritte da tromboni che citano ricerche senza mai presentarle nelle sedi di confronto scientifico, o da insegnanti che si sentono privati della loro arma letale (la bocciatura) nell’educare i loro studenti. Discutere e ragionare con chi oppone chiacchiere e fanfaronate ai risultati di anni di ricerche è una perdita di tempo inutile perché queste persone in genere non vogliono ascoltare e non vogliono documentarsi. Ma la pagina che avete pubblicato sul vostro giornale sulla dislessia rappresenta una svolta nei panorama dei “negazionisti”: non dice infatti che la dislessia non esiste, ma dice che” la dislessia è troppo diffusa per essere vera”. Argomento ideologico e non scientifico molto pericoloso perché sarebbe come dire che un fenomeno viene accettato solo se è piccolo, invisibile, così non dà fastidio. Storicamente è sempre stato così con le minoranze e con i diversi. E in effetti è lo stesso argomento che si usa con gli extracomunitari: vanno bene e ci servono se sono pochi e non si vedono. Se diventano troppi, ci costringono a cambiare le nostre abitudini e questo ci disturba.
Se i dislessici diventano troppi allora la scuola è costretta a cambiare, magari a introdurre i computer per tutti o ad aggiornare la didattica, o a ripensare ai criteri di valutazione. Come si da dire dire che sono troppi? Quali dati si portano? Magari ne suggerisco qualcuno: l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna nel 2009 ha svolto una ricerca alla quale hanno partecipato il 51% delle scuole pubbliche e paritarie di ogni ordine e grado della regione. In totale i dislessici diagnosticati sono 4452, che corrisponde allo 1,47% della popolazione scolastica della stessa regione. Questi sono numeri certi e corrispondono un terzo circa di quelli citati come percentuale attesa. Dove sono tutte queste diagnosi? Forse dà fastidio e manda in confusione la domanda diffusa di tante famiglie che non riesce a ricevere risposte dai servizi impreparati ad affrontare il problema sia in termini numerici che clinici.
Il 3 % della popolazione scolastica italiana corrisponde a 240.000 bambini e studenti. Non sono né tanti né pochi, sono bambini e famiglie che combattono quotidianamente oltre che per vincere la difficoltà di apprendere e stare al passo con le richieste della scuola, anche contro l’ignoranza di chi parla di malattia, di medicalizzazione e di ospedalizzazione delle scuole. Di chi , come te, alimenta la confusione fra ADHD e dislessia, parla a vanvera di inutilità della rieducazione e di uso dei computer che oggi tutti i bambini usano dappertutto tranne che nella scuola. Anche in questo caso ci sono tonnellate di documenti prodotti dalla ricerca che dicono che la dislessia non è una malattia, ma l’espressione di una piccola differenza di alcune aree del cervello che non impedisce di imparare, ma lo rende molto più faticoso. E in questa società che vuole tutto e subito questa fatica e lentezza non viene tollerata. Ma forse questo è un concetto troppo elaborato per chi è abituato a distinguere i malati dai sani, i neri dai bianchi, gli intelligenti dagli stupidi. In ogni caso l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato le linee guida per la diagnosi della dislessia, che prevedono una precisa e (ahimè per i bambini) lunga batteria di prove metodologicamente rigorose, da cui sono assenti proprio i suoi questionari. Chi alimenta scetticismo e confusione alla fine contribuiscono a mettere pietre nel già pesante zaino che i dislessici si portano a scuola tutte le mattina.
Giacomo Stella
Fondatore Associazione Italiana dislessia, Ordinario di Psicologia clinica, Università di Modena e Reggio Emilia
tratto da corrieresalute.it 
Per ulteriori informazioni su Applicazioni del Metodo Feuerstein con i bimbi dislessici potete inviarmi una mail al seguente indirizzo: m.boninelli@unive.it 

domenica 18 dicembre 2011

Dislessia, piccolo Vademecum per Genitori

Cari Genitori, 
su interessante blog ho trovato questo piccolo vademecum sulla dislessia che penso possa esservi di aiuto. 
Il vademecum è creato dalla Dr.ssa Giovanna Giacomini e lo trovate nel seguente link 
Per ulteriori informazioni su come utilizzare il Programma di Arricchimento Strumentale con i bambini/ragazzi dislessici potete inviarmi una mail al seguente indirizzo: m.boninelli@unive.it 



giovedì 15 dicembre 2011

Principi di Accreditamento per gli Specialisi P.A.S. Metodo Feuerstein


Per lungo tempo la politica del Feuerstein Institute è stata quella di aprire la
formazione  al  Programma  di  Arricchimento  Strumentale  (PAS)  ad  un  gran
numero di partecipanti, includendo non solo professionisti, ma anche studenti,
genitori ed individui che partecipassero alla formazione PAS per aumentare le
proprie abilità cognitive.
Ogni  diplomato  ad  un  seminario  PAS  riceve  un  Certificato  di  Frequenza,
emesso     dal  Feuerstein    Institute,   corrispondente     al  livello  di  formazione
raggiunto.
C’è  tuttavia  una  importante  differenza fra  chi  partecipa  a  questa  formazione
per ottenere qualche conoscenza teorica o migliorare le proprie abilità cognitive
e chi pianifica di applicare il PAS professionalmente.

I   diplomati     che    desiderano       applicare     professionalmente          il  PAS
riceveranno ora un accreditamento da parte del Feuerstein Institute in
qualità di Specialista PAS.

L’accreditamento come Specialista PAS è essenziale per mantenere alti livelli di
qualità   nell’applicazione    del   PAS.    I  Centri    Autorizzati   alla   Formazione
(Authorized  Training  Center  – ATC)  sono  autorizzati  ad  utilizzare  nei  loro
progetti di applicazione soltanto Specialisti PAS accreditati.
Il  Feuerstein  Institute  sta  per  istituire  uno  speciale  Registro  degli  Specialisti
PAS sul suo sito web, per dare la possibilità ai potenziali clienti        di trovare uno
Specialista PAS accreditato nel proprio Paese e nella propria zona di residenza.
Gli  Specialisti  PAS    riceveranno    una   newsletter    dal  Feuerstein    Institute  e
verranno invitati a seminari di aggiornamento professionale nella propria area
di residenza.

I requisiti per l’accreditamento degli Specialisti PAS sono i seguenti:
  •     Presentazione di un rapporto di applicazione PAS, che includa la traccia di  un’applicazione del PAS per almeno 30 ore per livello di formazione (nel caso   di  formazione    a  tre   livelli) o 45   ore   per  livello  (nel  caso   di formazione    a   due   livelli). La traccia   deve   includere   la  tabella  delle  applicazioni  PAS,  gli  schemi  delle  lezioni  PAS,  campioni  di  esercizi  di bridging    e  altri  materiali    (lezioni   video,   pagine,    appunti,…)     che  documentino l’applicazione del programma (cfr. Appendice A)
  •     Impegno  ad  una  formazione  professionale  permanente,  attestata  dalla partecipazione ai seminari annuali per Specialisti PAS nella propria area  di residenza
  •     Pagamento del costo dell’accreditamento come Specialista (attualmente 90,00$), a copertura dei costi per l’esame del rapporto, per l’attestazione   di qualità e del diploma
  •      Il rapporto di applicazione deve venir inviato al Feuerstein Institute via mail a: sr@icelp.org.il
Alla  ricezione  del  rapporto  di  applicazione  il  Feuerstein  Institute  rilascerà  il
Diploma di Specialista PAS al candidato e inserirà il suo nome nel registro
degli Specialisti. 

Per ulteriori informazioni riguardo a corsi di formazione sul Programma di Arrichimento Strumentale potete inviarmi una mail al seguente indirizzo: m.boninelli@unive.it 

sabato 3 dicembre 2011

Il sostegno è un caos calmo ed io non cambio mestiere

Rimini, 20 novembre 2001
Convegno Internazionale
“La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale”

 Il sostegno è un caos calmo. E io non cambio mestiere.
di carloscataglini

Il sostegno è un caos calmo. A volte nemmeno troppo calmo. Io comunque non cambio mestiere.
Non cambio mestiere perché il caos è fatica, dargli una forma e una organizzazione è fatica. E dopo tutta questa fatica io non cambio mestiere.
Non cambio perché sono convinto del fatto che sia meglio affrontare e risolvere i problemi, piuttosto che cancellarli con un colpo di spugna. Meglio non buttare via trent’anni di esperienze, competenze, emozioni e fatiche.
Io non cambio mestiere per Luca e Roberto a cui credo di aver insegnato tanto. Per Martina ed Erika a cui credo di non aver insegnato niente. Per Donato che mi ha insegnato tutto: specialmente che il tempo non va sprecato, e che se ne resta poco è un dovere viverlo bene, magari divertendosi e sorridendo il più possibile.
Io non cambio mestiere per Luisa, la prof di  Educazione Artistica, che una volta mi ha detto. “Quando Luca sbava io non ce la faccio, mi viene da vomitare. Non ce la faccio proprio a tenerlo in classe”. Perché la prof Luisa è mille volte meglio di quelli che ti dicono che va tutto bene, dei muri di gomma che non ti stanno a sentire, che ti dicono “Fai tu, che sei l’esperto. Come fai, fai bene”. Per la prof Luisa che mi ha aperto la porta delle sue paure, delle sue emozioni. E che poi ha imparato, da sola e senza che le spiegassi niente, ad abbracciare Luca e a bagnarsi la maglia con la sua saliva.
Non cambio mestiere perché il sostegno è come il rugby, un gioco di contatto. Fianco a fianco, gomito a gomito, occhi negli occhi. Ma non solo in due, tutta la squadra. Con compagni di classe e colleghi insegnanti. La meta è avanti e bisogna avanzare insieme, rimanendo vicini e facendosi sostegno a vicenda, tutti. Non si gioca a rugby da lontano, senza contatto. Non si fa sostegno da lontano, senza contatto.
Per Lucia, Massimo e Gianni. Maestri di scuola, maestri sempre.
Non cambio mestiere per tutte le volte che ho pensato che tanto era inutile, che mi sono sentito inutile. Che mi sono sentito frustrato e poco considerato. Che ho spiegato cento volte la stessa cosa, che ho ricominciato a rispiegarla da capo.
Non cambio mestiere perché poi è impagabile il momento in cui nasce un’idea, in cui ti accorgi che l’idea funziona, che un obiettivo è raggiunto. E ti senti utile, realizzato, considerato.
Non cambio per tutte le volte che ho avuto difficoltà ad aprire la porta ed entrare in classe. Per tutte le volte che poi ho aperto la porta e sono entrato in classe.
Perché la classe è la mia vita. E io di mestiere faccio l’insegnante, non il supervisore. Se non sto con i colleghi e con i ragazzi come faccio a dare indicazioni? Io non lo so fare da dietro una  scrivania.
Non so fare il supervisore e non lo voglio fare. Non cambio mestiere.
Non cambio perché credo sia realizzabile la  vera integrazione e l’inclusione di tutti gli alunni nelle attività comuni. Perché credo sia realizzabile la piena collaborazione tra docenti curricolari e di sostegno in un progetto comune.
E, ogni tanto, si risente in giro: “Superare la figura dell’insegnante di sostegno!”
E, invece, credo sia necessario valorizzarla questa figura, magari rivedendone competenze e profilo. Rinnovare la figura dell’insegnante di sostegno con una proposta partecipata, veramente partecipata a partire dalla base. Da noi. Rispondiamo a una proposta che prevede il superamento della figura dell’insegnante di sostegno con un’altra proposta, la nostra. Discutiamone in rete. Già dai prossimi giorni. Su face book c’è il gruppo “Insegnanti di sostegno”, iniziamo da là!
Non cambio perché i veri C.R.I., i Centri Risorse Integrazione, devono essere le scuole stesse e non enti esterni con poteri speciali che non conoscono, non possono conoscere, la quotidianità, l’operatività, i bisogni, le esigenze, le dinamiche emotive, sociali e didattiche di ogni singola scuola, di ogni singola classe, di ogni singolo alunno.
Non cambio mestiere perché voglio vedere il giorno in cui la presa in carico dei problemi nell’integrazione scolastica sarà veramente condivisa da tutti coloro che nella scuola lavorano.
Per vedere il giorno in cui tutti i dirigenti scolastici prenderanno in carico il problema, credendo veramente che la costituzione e la vita del GLH d’istituto sia importante come la formazione delle classi, come gli scrutini, come la convocazione della riunione del collegio dei docenti per l’adozione dei libri di testo.
Non cambio mestiere perché aspetto il giorno in cui i genitori dei ragazzi disabili non ci chiederanno più di tenere i loro figli a scuola fino a trent’anni. Perché fuori dalla porta di scuola non c’è nulla per i loro figli, perché solo la scuola pubblica, così com’è oggi, tra errori e successi, la porta non la chiude mai.
E voglio vedere il giorno in cui qualcuno verrà a chiedere per il proprio figlio meno ore di sostegno. Che magari faccia anche ricorso per averne di meno. Perché questo significherebbe che le cose funzionano, che la scuola è diventata veramente accogliente.
Non cambio mestiere perché innovare non significa demolire. Cos’è che non va? L’eccessiva delega all’insegnante di sostegno, la scarsa formazione dei curricolari in tema di integrazione, la mancanza di una valutazione dei processi integrativi, la mancanza di documentazione e di circolarità delle esperienze e delle buone prassi. Sono solo alcune delle cose che non vanno. Per ciascuna mi viene in mente una soluzione, anche più di una. Basta volerlo, volerlo veramente. Per nessuna di esse, l’abolizione della figura dell’insegnante di sostegno mi sembra una buona soluzione.
Non cambio mestiere perché non so farne un altro. Non so fare nient’altro che non sia stare in classe, vedere, toccare, ascoltare la classe. Non so stare senza l’odore della classe. Odore di sudore dopo l’ora di ginnastica o durante il compito di matematica. Odore di gomme americane masticate di nascosto e attaccate sotto al banco. Odore di scarpe di gomma e del profumo della prof d’inglese.
Il sostegno è un caos calmo e io non cambio mestiere. Perché quello dell’insegnante di sostegno è un mestiere che amo, ancora oggi dopo vent’anni. E non si tratta di un amore cieco, no. Lo amo a ragion veduta, perché credo in lui, perché lo conosco veramente. Perché, anche se spesso non mi sento adeguato, e forse a volte proprio non lo sono, è un mestiere che mi dà la possibilità di migliorare, di farcela, di crescere. Ogni scuola è diversa, ogni classe, ogni alunno, ogni collega, ogni incontro sono diversi. Ogni giorno è diverso. E ogni giorno si impara. Come si fa a non amare un mestiere così?
Il sostegno è un caos calmo e io non cambio mestiere. Per quell’amico che ha scritto per me: “Voglio essere il vento che spinge un po’ più lontano le sue idee”. Perché, è proprio vero, un’idea ha bisogno di vento per andare lontano. Allora costruiamola questa idea, costruiamola insieme, e diamole il vento necessario per spingerla lontano, per innovare sul serio.
Il sostegno è un caos calmo. E io ho proprio deciso: non cambierò mestiere. Mai!

carloscataglini, 2011

Giornata Internazionale della Disabilità

MILANO - Sabato 3 dicembre si celebra la giornata internazionale della disabilità. L’attrice Antonella Ferrari ha accettato di rispondere a domande non politicamente corrette sulla disabilità. Fuori da ogni celebrazione e retorica.
Ecco la giornata internazionale dei disabili 2011
«Che palle! È l’unico giorno in cui diverse persone si ricordano di te…»
I cosidetti normodotati quel giorno non devono…«Guardarci con sguardo pietistico. Evitare di telefonarci».
Se domani incontrasse Mario Monti, in tre minuti
di udienza quali tre cose gli direbbe?
«Aprire il portafoglio ai ricconi. Amministrare bene le risorse per l’assistenza. Rendere operativa concretamente la dichiarazione Onu dei diritti delle persone con disabilità».
Un comportamento sgradito da parte dei normodotati «Soprattutto se stai sulla carrozzina e hai la testa alla portata delle loro mani, è irritante la carezza stile cagnolino».
Un comportamento buffo
«Non dondolate chi sta in carrozzina, ad esempio, quando siete fermi a un semaforo. Non dovete addormentarlo».
Auto senza autorizzazione nel parcheggio riservato
ai disabili, cosa fa?

«Mi …. come una iena. Se c’è mio marito, è lui che cerca l’autista. Io cerco il chiodo per rigargli l’auto. Per via della mia dannata educazione non riesco. Per il momento…».
Lei è una persona che chiede aiuto?
«Cerco di fare da sola. A volte troppo. E poi quando una persona disabile è in difficoltà, voi normodotati potreste pure arrivarci da soli, senza chiedere: hai bisogno?».
Un bambino la fissa, che cosa fa?
«Se è un ragazzino gli dico che sono troppo vecchia per lui. Quando succede è perché al bambino nessuno gli ha spiegato cos’è la disabilità. Guarda in maniera indiscreta perché, spesso, anche i suoi genitori lo fanno. Sono abituata agli sguardi sulla mia disabilità. Qualche anno fa al mare, per entrare in acqua, gli amici mi dovevano prendere in braccio. Alla gente che osservava curiosa, rivolgevamo l’invito ad acquistare il biglietto per lo spettacolo: "Intero per adulti, ridotto bambini e anziani".
Che cosa non può fare?
«Non è che non posso, non vogliono. Non vogliono farmi condurre un programma tv».
Zanardi, allora?
«Zanardi è Zanardi».
La disabilità e il lavoro
«Una lotta. Nel campo dello spettacolo, poi, vedi lavorare cani e porci, c’è più apparenza che sostanza. In tutti i settori del lavoro e nella maggior parte dei casi, il disabile è ancora visto come persona che può fare al massimo il centralista».
La disabilità e lo sport
«Una salvezza. Anche per me. Ti carica. Ti fa sentire bene. Prima della sclerosi facevo solo danza perché temevo di farmi male alle gambe. Ah quando si dice il destino! Adesso, scio, vado in barca. Proverò la handbike. Come vorrei, però, fare qualche attività più pesante per smaltire i chili che metto su a forza di cortisone».
La disabilità e la femminilità
«Fondamentale. In spiaggia, ricevo degli “apprezzamenti” del tipo: zoppica un po’, ma c’ha un bel lato b. Quando ero sulla carrozzina portavo tacchi a spillo galattici. Anche ora, in trasmissione vado con scarpe comode, sul divano me le cambio e metto tacco 12».
La disabilità e il sesso
«E’ un binomio praticato. E non è detto che lo facciamo peggio. La persona con disabilità non è asessuata. Nella soap Centovetrine, tutti avevano recitato una storia d’amore e di sesso. Io no. Allora ho insistito e alla fine l’ho avuta anch’io. Il programma era visto da moltissime persone, non potevo perdere l’occasione per mandare un messaggio: siamo n o r m a l i ».
Malata o disabile?
«Mi sento donna».
Non è famosa come Pistorius. Perché?
«Non ho avuto il suo stesso tempo da dedicare al mio sogno. Perché dovevo lavorare tutti i giorni per vivere la quotidianità di una vita normale fatta di mutuo e bollette da pagare… Sono cresciuta a Bresso, in provincia di Milano, mia madre casalinga e mio padre perito industriale».
In maniera elegante sta dicendo che i soldi fanno la differenza?
«Sì. Poca ipocrisia. Il mio amico Giovanni non può comprarsi la protesi per camminare che ha Pistorius che costano decine di migliaia di euro. E' costretto a usare quella della mutua, perchè altro non può permettersi. Soffrirà come un cane. E non solo per il dolore fisico».
Tutte le volte che termina un’intervista su questi temi, fra se e se dice…. «Ne ho piene le scatole. Basta complimenti fine a se stessi. Vorrei essere riconosciuta nella mia professionalità. Come tutti. Com’è normale che sia».
tratto da corriere.it di Carmen Morrone.